J'Accuse del martedì 8 settembre Il fantasma di Weimar sul palcoscenico di Berlino: se la storia dimentica il copione

Il fantasma di Weimar sul palcoscenico di Berlino: se la storia dimentica il copione


Berlino liberata nel maggio 1945 dall'Unione sovietica


C'era una volta la democrazia, quella cosa così forte e strutturata che, per ironia della sorte, consente persino l'ascesa democratica di chi vorrebbe smantellarla. La storia, si sa, ha un pessimo senso dell'umorismo e ama ripetersi proprio quando gli spettatori pensano di aver imparato la lezione. Cento anni fa il palcoscenico era occupato dai risentimenti per il Trattato di Versailles; oggi, le quinte sono agitate dallo spettro della crisi energetica, dalla paralisi economica continentale e da una guerra che bussa ai confini orientali dell'Europa.
In questo scenario di instabilità strutturale, l'Unione Europea assiste alla transizione geopolitica della Germania. Quella stessa nazione che per quasi un secolo ha fatto del pacifismo costituzionale la propria identità, oggi si riscopre nazione capofila del riarmo europeo. I vecchi accordi di Potsdam sulla demilitarizzazione controllata e i successivi vincoli sui contingenti numerici imposti dal Trattato 2+4 del 1990 appaiono ormai come sbiaditi ricordi d'archivio, superati dalle necessità strategiche di un continente che si riarma in funzione antirussa.
Ma il vero paradosso si consuma sul fronte interno. Mentre la macchina militare tedesca si rimette in moto, nelle urne cresce il consenso di Alternative für Deutschland (AfD). Guidato da un'élite di accademici e intellettuali in doppiopetto, il partito promuove con metodica precisione concetti un tempo confinati nei capitoli più bui del Novecento. Il termine cardine della loro retorica, la "Remigrazione", risuona nelle piazze come l'equivalente moderno edulcorato delle vecchie teorie sull'epurazione degli elementi estranei alla nazione. È una narrazione che ricalca i vecchi schemi del vittimismo patriottico: la Germania assediata, occupata culturalmente, privata della propria sovranità tradizionale.
Le istituzioni tedesche tentano di attivare gli anticorpi della Costituzione del 1949. L'Articolo 21, nato proprio per evitare che la democrazia venisse usata per autodistruggersi, pende come una spada di Damocle sul partito. Tuttavia, dimostrare giuridicamente l'attitudine "attivamente militante e aggressiva" di un movimento che ha imparato a muoversi tra le pieghe del diritto e della retorica accademica è un'operazione complessa, che divide la stessa magistratura e l'opinione pubblica.
Il rischio che l'Europa sta correndo è quello di un cortocircuito storico. Se l'ordine internazionale basato sul diritto e sui trattati viene progressivamente svuotato dall'emergenza permanente, il venir meno dei vecchi vincoli di demilitarizzazione potrebbe non produrre stabilità, ma un nuovo equilibrio fondato sulla forza. Francesi e inglesi, tradizionalmente sensibili agli equilibri di potenza nel cuore del continente, osservano oggi la Germania come un alleato indispensabile; ma la storia insegna che le alleanze mutano rapidamente quando cambiano gli inquilini delle cancellerie. Se la marcia di AfD dovesse un giorno coronarsi con la conquista del potere, quel formidabile apparato militare oggi in costruzione cambierebbe radicalmente significato geopolitico.
Per comprendere a fondo la tragica assurdità di una civiltà che si prepara alla stabilità accumulando arsenali, conviene affidarsi all'arguzia del filosofo e matematico francese Blaise Pascal, che nei suoi Pensieri sintetizzò con feroce ironia il funzionamento del diritto internazionale e della geopolitica umana:
"Perché mi uccidete? – Come perché? Non abitate sull'altra riva del fiume? Amico mio, se abitaste da questa parte, sarei un assassino e sarebbe ingiusto uccidervi in questo modo; ma visto che abitate dall'altra parte, io sono un eroe e tutto questo è giusto."

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