J'Accuse del lunedì 7 settembre, la presa di un Land da parte dell'AFD in Germania significa rinascita del nazismo e minaccia alla pace europea e mondiale
J'Accuse del lunedì 7 settembre, la presa di un Land da parte dell'AFD in Germania significa rinascita del nazismo e minaccia alla pace europea e mondiale
È finalmente accaduto. In Sassonia è stato posato il primo, rassicurante mattone della rinascita. Dopo anni di asfissiante dittatura del politicamente corretto, delle transizioni ecologiche e dei diritti LGBTQ+, l’Alternative für Deutschland (AfD) ha trionfato, portando una ventata di freschezza direttamente dagli anni Trenta del secolo scorso. Al vertice troviamo una classe di accademici finissimi che, con grande senso dell’umorismo involontario, ci spiegano che il futuro della Germania passa per il ritorno al passato più buio.
La genialità della comunicazione di AfD risiede nella capacità di rendere "normale" ciò che la storia aveva catalogato come orrore. Lo slogan principale, "Deutschland. Aber normal" (Germania. Ma normale), è un capolavoro di equilibrismo. Cosa c’è di più innocuo della normalità? Per AfD, la normalità consiste nel difendere a oltranza la famiglia tradizionale. Poco importa se le biografie personali dei loro stessi leader mostrino situazioni del tutto atipiche, famiglie allargate o legami che nulla hanno a che fare con la tradizione che predicano. La coerenza, d’altronde, è un vizio borghese; ai fini della propaganda, conta solo il dogma.
Quando poi si passa a slogan come "Alles für Deutschland" (Tutto per la Germania), il richiamo storico si fa ancora più esplicito. Questo frasario, indissolubilmente legato alle SA naziste e formalmente vietato dalla legge tedesca, viene periodicamente rispolverato da figure di spicco come Björn Höcke. L’obiettivo è chiaro: provocare il sistema e lanciare un fischietto per cani all’elettorato più radicale. Questo spirito rimanda inevitabilmente ai tempi in cui si decideva che i confini nazionali erano troppo stretti per contenere la grandezza tedesca, preludio alle annessioni dell’Austria e dei Sudeti in Cecoslovacchia.
Oggi l’espansionismo si specchia al contrario nel concetto di "Remigration" (Remigrazione), teorizzato da padri nobili del partito come Bernd Lucke e Alexander Gauland. Non si tratta di una semplice gestione dei flussi, ma di una vera e propria pulizia etnica in abito sartoriale, che prevede l'espulsione di massa non solo degli irregolari, ma anche dei cittadini naturalizzati giudicati non abbastanza integrati. Il tutto condito dal vittimismo di "Hol dir dein Land zurück" (Riprenditi il tuo Paese), l'idea che la Germania abbia perso ogni sovranità a causa dei burocrati di Bruxelles. Questa narrazione fa breccia soprattutto in Sassonia, dove il risentimento per la rottura dei legami storici ed energetici con Mosca, post-guerra in Ucraina, alimenta la nostalgia per un passato in cui l'Est guardava ancora più a Oriente.
La vera questione che si pone all’indomani di questa vittoria non riguarda però solo la Sassonia. L’obiettivo dichiarato di questa leadership in giacca e cravatta è la conquista dell’intera Germania. Uno scenario che pone sfide enormi per l’Europa e l'intera comunità internazionale, specialmente oggi che il continente ha avviato un massiccio riarmo per fronteggiare la Russia. Il sonno dei politici a Parigi e Londra comincia a farsi agitato: l'idea di una Germania nuovamente militarizzata e politicamente instabile è un fantasma che non fa dormire nessuno.
Nel frattempo, il panorama internazionale reagisce con la consueta, grottesca ipocrisia. Oltreoceano, Donald Trump e i suoi sostenitori osservano con indifferenza o simpatia, mentre miliardari come Elon Musk si affrettano a lanciare messaggi di congratulazioni. Più a Est, Mosca preferisce minimizzare, mossa da un cinico interesse di circostanza: l'importante è indebolire l'Unione Europea, anche se questo significa esultare per i nazisti in Germania mentre si dichiara di voler combattere quelli in Ucraina. E in Italia? Non poteva mancare la reazione del nostro "Capitan Fracassa" nazionale, Matteo Salvini, che si è affrettato a dichiarare che "ha vinto la democrazia". È uno spettacolo comico, se non fosse tragico: definire democrazia il trionfo di slogan xenofobi è il segno tangibile della confusione dei nostri tempi.
Il rischio che abbiamo di fronte è enorme. Dietro la facciata rispettabile dei leader di AfD si nasconde una scuola di ritorno al totalitarismo più bieco, potenzialmente persino più sofisticato e pericoloso di quello hitleriano, perché capace di muoversi dentro i canali democratici per svuotarli dall'interno. Oggi si presentano in giacca e cravatta, ma la transizione verso le uniformi del passato è un passo molto breve.
Contro questa tendenza non sono ammessi tentennamenti o cedimenti diplomatici. Per comprendere come porsi di fronte a questa minaccia, è necessario rispolverare le parole nette e senza sconti di Fabrizio De André: «Con i razzisti non si convive, non si tratta, li si chiude, loro sì, dentro quattro mura, e che dimostrino lì la loro autosufficienza, le loro capacità di uomini superiori, la loro grande forza esercitata, chissà perché, sempre e soltanto con i deboli.»
Non si può rinunciare al sacrificio e al sangue versato dalle generazioni passate per difendere la libertà. Questo ritorno del male va fermato subito, prima che sia troppo tardi.
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