J'Accuse del martedì 1 settembre Il declino della dialettica politica nell’Italia contemporanea: come siamo passati dal confronto democratico alla sudditanza dei partiti-azienda

 Il declino della dialettica politica nell’Italia contemporanea: come siamo passati dal confronto democratico alla sudditanza dei partiti-azienda


Lo scontro o dialettica tra bellezza e bruttezza raffigura lo scontro tra il bene e il male
L'opera: Il dipinto è un celebre lavoro barocco attribuito a Peter Paul Rubens, realizzato in collaborazione con il pittore di nature morte Frans Snyders intorno al 1615.



C'è stato un tempo in cui la politica italiana, pur tra mille contraddizioni, era una cosa viva, pulsante e profonda. Parliamo della Prima Repubblica, quella stagione nata dalle ceneri del secondo conflitto mondiale e segnata dal grande scontro ideologico tra il blocco socialista e comunista da una parte, e quello liberale e democristiano dall'altra. Era un'epoca di instabilità cronica — i governi cadevano in media ogni sei mesi — ed era un sistema costantemente esposto ai venti della Guerra Fredda, ai complotti internazionali e alle pressioni della NATO e del Patto di Varsavia, ossessionati dall'idea di fermare l'avanzata del PCI. Eppure, proprio in quel contesto così difficile, la dialettica interna ed esterna ai partiti rappresentava qualcosa di prezioso ed edificante. Il confronto politico non era una recita, ma un dibattito reale, culturale, che nobilitava la democrazia.
Oggi, a distanza di decenni, quel patrimonio sembra del tutto dilapidato. Ci troviamo immersi in un bipolarismo zoppo e cialtrone, dove il potere non si discute più, ma si spartisce e si gestisce con logiche che ricordano le derive totalitarie descritte da George Orwell nel suo 1984. I partiti hanno smesso di essere luoghi di elaborazione ideale per trasformarsi in uffici di reclutamento, comitati d'affari volti a piazzare personale amico e fedeli clientelari.
A destra, la cronaca recente fotografa questa deriva in modo impietoso. Da una parte abbiamo la Lega di Matteo Salvini, un segretario che ha progressivamente schiacciato il partito su posizioni di estrema destra, riducendolo ai minimi storici nei consensi e gestendolo come se fosse un'azienda personale. Ogni confronto interno è stato azzerato, e solo in queste ore assistiamo a una fronda di notabili che cerca disperatamente di imporre un congresso per aprire il dopo-Salvini: una reazione tardiva che svela l'anima di un modello padronale ormai al collasso. Dall'altra parte, in Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni ha spinto il modello aziendale ancora oltre, declinandolo in chiave squisitamente familiare. Basti pensare al ruolo della sorella della Premier, che controlla i corridoi del partito, le nomine ministeriali e la spartizione degli enti di Stato, fino ad arrivare a una RAI "mamma" che ormai parla esclusivamente la lingua della Capo.

Ma la sinistra non offre uno spettacolo migliore. Il Partito Democratico assomiglia sempre più a una fiera delle associazioni e delle cooperative, una confederazione di correnti litigiose e perfide, pronte a complottare contro chiunque provi a imprimere una vera svolta epocale. Questo non è confronto: è mercanteggiamento, è incoerenza, ed è, nei fatti, mettersi al servizio delle destre. Lo abbiamo visto chiaramente alle scorse elezioni politiche, quando l'incapacità di convergere e la scelta di correre separati dal Movimento 5 Stelle hanno spalancato a Giorgia Meloni le porte di Palazzo Chigi. Un errore imperdonabile. E lo stesso Movimento 5 Stelle, nata come forza di democrazia partecipativa, ha visto naufragare la sua spinta originaria: oggi si regge unicamente sul carisma di Giuseppe Conte, con il rischio concreto di sparire se dovesse mancare il suo leader. Per salvarsi, il Movimento dovrebbe riscoprire la sua anima referendaria autentica, non quella ( lontana dalla dialettica) dei vertici attuali.
Quando la dialettica scompare, muore la democrazia. Per il filosofo Carl Schmitt l'essenza stessa della politica risiedeva nel conflitto e nel confronto, oggi ridotti al silenzio e alla sudditanza assoluta. Karl Marx, dal canto suo, ci ricordava che la dialettica è lo scontro reale tra le classi sfruttatrici e quelle sfruttate, tra la borghesia finanziaria e il proletariato. I governi attuali, invece, agiscono come segretari esecutivi di poteri occulti e oligarchie finanziarie globali. Si occupano di riarmo, finanziano guerre e avallano genocidi che non ci riguardano, mentre rinnegano l'emergenza dei cambiamenti climatici e ignorano la drammatica questione salariale, lasciando i lavoratori indifesi davanti allo sfruttamento.
Il risultato di questo vuoto è quella che i sociologi chiamano "disaffezione": i cittadini non partecipano più, si allontanano dalle urne e lasciano il campo libero a una classe dirigente di ignoranti che pretende di decidere del giorno e della notte come un dio in terra. Ma non è mai troppo tardi per tornare a occuparsi della propria casa; è un dovere morale prima ancora che politico. C'è bisogno che questa vecchia classe dirigente vada via in blocco, per lasciare il posto a un personale politico giovane, coerente e animato da un autentico amore per la causa dei lavoratori.

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