J'Accuse del venerdì 21 agosto. ll crepuscolo dell'iperpotenza: dal sogno americano alla barbarie del caos globale
Sando Botticelli. L'opera è ispirata al celebre perduto dipinto di Appelle descritto dalli scrittore greco Luciano nel De Calumnia e da Leon Battista Alberti nel De Pictura. La scena raffigura, da destra, il Re Mida mal consigliato dal Sospetto e dall'Ignoranza, il Livore come un uomo barbato col cappuccio, la Calunnia - con una face - che trascina il calunniato, la Frode e l'Insidia dietro di lei, e la Penitenza come una vecchia in abiti laceri che guarda alla Verità nuda e con lo sguardo levato al cielo.
Il secondo dopoguerra si era aperto all'insegna di una promessa solenne: un ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti d'America, fondato sulla libertà, sulla democrazia, sui diritti umani e sulla prosperità condivisa. Per decenni, il "sogno americano" ha esercitato una forza d'attrazione magnetica sul resto del globo. Oggi, tuttavia, la parabola storica di Washington sembra aver imboccato la via di un declino politico, economico, militare e d'immagine irreversibile. L'alleato che un tempo si proponeva come garante della stabilità globale si ritrova a vestire i panni dell'aggressore, vittima e al contempo artefice di una strategia logorante basata su guerre preventive e sulla dissoluzione di interi Stati.
Questo processo di decadenza ha subìto una drammatica accelerazione all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001. La reazione di Washington, anziché incanalarsi nella legalità internazionale, si è tradotta in aggressioni unilaterali che hanno disintegrato gli equilibri di intere regioni. Una deriva geopolitica che si intreccia in modo indissolubile con l'asse strategico tra la Casa Bianca e Tel Aviv, un legame che oggi spinge l'America a farsi scudo e sostenitrice di politiche egemoniche e operazioni militari in Medio Oriente, aspramente contestate a livello internazionale e descritte da numerose organizzazioni e osservatori come veri e propri atti di genocidio a Gaza.
La strategia che emerge sullo scacchiere mediorientale appare agli occhi di molti analisti come un tentativo scientifico di imporre il caos. Le rivalità storiche, come quella tra l'Iran sciita e le monarchie sunnite del Golfo, vengono strumentalizzate e rinfocolate per alimentare guerre interetniche e religiose. Questo disordine pianificato dai teorici del neoconservatorismo e dagli strateghi sionisti non solo lacera i territori della regione, ma innesca una crisi energetica cronica che condiziona pesantemente l'economia mondiale. A pagare il prezzo di questa destabilizzazione permanente sono, come sempre, i contribuenti e i salariati di tutto il mondo, schiacciati dall'inflazione e dal costo della vita.
In questo scenario, la responsabilità della Casa Bianca sotto la guida di Donald Trump appare grave. Continuando a garantire un sostegno incondizionato alle azioni di Tel Aviv, Washington non solo avalla il caos, ma si fa complice del tentativo di coprire gravi crimini internazionali. Un supporto che si manifesta anche nel rifiuto di riconoscere i mandati della Corte Penale Internazionale, volti a portare in giudizio il Primo Ministro Benjamin Netanyahu per le azioni condotte a Gaza. Questo atteggiamento mina alla base le stesse istituzioni giuridiche globali che l'Occidente aveva contribuito a creare.
Il ruolo americano in questo contesto di violenza e disordine configura una responsabilità storica profonda. Gli storici del futuro non potranno non analizzare questa fase di barbarie con lo stesso rigore e la stessa severità con cui sono stati condannati i crimini dei totalitarismi hitleriano e staliniano del XX secolo, anch'essi perpetrati in nome del mantenimento del potere assoluto.
La prepotenza, il razzismo galoppante e la regressione civile stanno soffocando gli ideali originari della repubblica statunitense. Una democrazia non può sopravvivere a lungo se persegue la logica del privilegio e dell'oppressione, sia all'interno dei propri confini sia nella politica estera. La grandezza di una nazione non si misura dalla sua capacità di generare il vuoto attorno a sé, ma dalla giustizia che riesce a garantire.
A questo proposito, risuona come un monito definitivo il pensiero di Montesquieu, tra i padri della filosofia politica moderna, che nello spirito delle leggi ricordava l'elemento cardine su cui poggia ogni vera Repubblica:
"L'amore della democrazia è quello dell'uguaglianza."
Senza l'uguaglianza dei diritti e il rispetto per la dignità di tutti i popoli, il destino di ogni impero è quello di crollare sotto il peso delle proprie stesse ingiustizie.
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