J'Accuse del 26/09/2026 Il collasso dell'universalismo liberale e la deriva oligarchica dell'ordine globale

 Il collasso dell'universalismo liberale e la deriva oligarchica dell'ordine globale





1. Introduzione: La faglia del Palazzo di Vetro
L'attuale sessione speciale annuale di settembre dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York ha messo in scena la frattura insanabile che sta ridefinendo la geopolitica contemporanea. Lungi dall'essere un forum di cooperazione pacifica o una neutrale camera di compensazione diplomatica, il Palazzo di Vetro si è trasformato nell'arena di uno scontro ideologico e materiale tra due visioni radicalmente opposte del mondo e dell'ordine internazionale. Da un lato, la linea del riarmo, dell'uso preventivo della forza e dell'unilateralismo aggressivo a tutela della tradizionale egemonia; dall'altro, la richiesta di una transizione multipolare fondata sulla legalità internazionale, sulla sovranità dei popoli e sulla fine dei doppi standard occidentali.
2. Le due visioni: L'unilateralismo della forza contro il diritto dei popoli
A incarnare questa profonda faglia sono stati due leader in aperta rotta di collisione: Benjamin Netanyahu e Pedro Sánchez. Il Primo Ministro israeliano, la cui posizione è formalmente segnata dai mandati di cattura internazionali per crimini di guerra e contro l'umanità, è salito al podio difendendo strenuamente le operazioni militari del suo governo. Egli ha beneficiato della storica e incondizionata protezione diplomatica, finanziaria e militare degli Stati Uniti, confermando una dottrina fondata sull'eccezionalismo politico.
Sul fronte opposto, il Premier spagnolo Pedro Sánchez si è fatto capofila di una strenua difesa del diritto internazionale, portando la Spagna a una netta rottura diplomatica con Tel Aviv e con la stessa Casa Bianca. Sánchez ha apertamente condannato il genocidio che il governo Netanyahu sta perpetrando a Gaza, denunciando il modus operandi di quegli attori globali che violano sistematicamente i trattati umanitari internazionali per perseguire obiettivi di supremazia sul campo.
Accanto alla posizione di Sánchez, è risuonata la ferma condanna del Presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel suo discorso, il leader di Teheran ha attaccato duramente le aggressioni militari e i bombardamenti subiti dal proprio Paese per mano dell'asse israelo-americano, che hanno provocato distruzioni diffuse e centinaia di vittime tra i civili. Pezeshkian ha ribadito che il suo popolo non si piegherà alle pressioni e ai blocchi della superpotenza americana, pur lasciando aperti spiragli per una diplomazia che rispetti rigorosamente la dignità nazionale e la simmetria tra Stati sovrani.
3. La trappola della finta sudditanza e il soffocamento del conflitto politico
L'inaugurazione della sfilata dei leader ha visto come protagonista un aggressivo Donald Trump. Con una retorica tagliente che evoca dinamiche coercitive più vicine a quelle di un cartello criminale che alla diplomazia multilaterale, il leader statunitense ha tracciato una linea netta: chi non si piega all'ordine e all'egemonia americana verrà liquidato. Paesi storicamente non allineati come l'Iran e Cuba sono stati additati come bersagli immediati, inviando un chiaro messaggio ammonitore a qualunque altra nazione osi contestare la supremazia di Washington. Questo assetto tenta di blindarsi dinanzi alle grandi sfide poste dai rivali strategici, in primis la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, quest'ultimo impegnato in una complessa scacchiera di colloqui bilaterali.
Per comprendere la finta sudditanza e l'apparente allineamento di molti Stati di fronte a tali minacce, è necessario fare riferimento all'analisi della politologa Chantal Mouffe. Mouffe dimostra che il consenso globale non è il frutto di una profonda convinzione etica o democratica, bensì l'esito di un sentimento basso di arrendevolezza e di paura. Molti governi satelliti si piegano non perché credono nella bontà di questo ordine, ma per timore delle ritorsioni economiche e militari dell'egemone.
Questo soffocamento del dissenso si sposa con le tesi del politologo Hamid Misk, il quale evidenzia come i sistemi politici occidentali contemporanei siano strettamente subordinati agli interessi finanziari, politici e militari americani. Questa stasi ideologica — che nega l'esistenza del conflitto politico autentico e cancella la reale dialettica democratica — ha finito per produrre enormi tensioni sociali latenti all'interno degli stessi Paesi occidentali, tensioni che oggi si traducono in violenti conflitti etici, identitari e populisti.
4. Il fallimento strutturale della mondializzazione asimmetrica
L'attuale ordine globale poggia su basi strutturalmente instabili. La mondializzazione avviata in modo trionfalistico dopo la caduta del Muro di Berlino era destinata a fallire sin dal principio, essendo la riproposizione speculare di quella visione sciagurata e asimmetrica nata nel secondo dopoguerra, che ha diviso il pianeta in Paesi di "Serie A" (il blocco occidentale egemone) e Paesi di "Serie B". I primi hanno basato il proprio benessere e sviluppo sullo sfruttamento intensivo delle risorse mondiali, costringendo i secondi a subire passivamente devastanti conseguenze economiche, politiche e, oggi, una crisis climatica e ambientale senza precedenti.
Questa dinamica trova una precisa sponda economica e politologica nel pensiero del docente di Harvard Dani Rodrik. Celebre per il suo "trilemma politico dell'economia mondiale", Rodrik dimostra scientificamente l'impossibilità di mantenere simultaneamente la globalizzazione economica, la sovranità nazionale e la democrazia politica. L'architettura globale degli ultimi decenni ha deliberatamente sacrificato la democrazia locale e la coesione sociale sull'altare degli interessi delle élite finanziarie globali. Il collasso di questa illusione liberale non è un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di un sistema intrinsecamente ingiusto, dove la forza bruta tenta ora di sostituire l'ormai svanito consenso morale.
5. Epilogo: Il "teatrino" del Palazzo di Vetro e l'inerzia dei popoli
Questa insanabile dicotomia geopolitica ha trovato la sua rappresentazione plastica nel desolato "teatrino" andato in scena nell'aula dell'Assemblea Generale. L'immagine sintomatica di un diplomatico israeliano intento ad aggirarsi tra gli scranni per registrare i nomi dei delegati che avevano abbandonato l'aula durante lo sciagurato discorso del Primo Ministro Benjamin Netanyahu — al fine di attivare successive minacce e ritorsioni diplomatiche ed economiche — la dice lunga sulla reale natura di questo ordine mondiale da gangster. Non siamo più di fronte a un'egemonia basata sul consenso o sulla governance formale, bensì a una pura dinamica coercitiva e ricattatoria.
Da una prospettiva propriamente teorica, questa deriva segna il definitivo collasso del progetto universalista occidentale. Come argomentato dal filosofo e teorico politico John Gray, l'illusione liberale di una "fine della storia" guidata dall'espansione globale del mercato e dai valori globalisti è strutturalmente crollata, lasciando spazio al violento ritorno di feroci nazionalismi e guerre geopolitiche per il controllo delle risorse strategiche. A questa analisi si salda perfettamente la riflessione di Hamid Misk, il quale evidenzia come l'aver scientemente tentato di alterare, appiattire e manipolare le diversità geopolitiche globali, mettendole al servizio di un sistema produttivo intensivo, disumano e unificato, abbia generato una reazione uguale e contraria. Una volta constatata la fine e il fallimento di quel finto universalismo, il vuoto è stato colmato dal riaccendersi di nazionalismi esasperati e guerre regionali di supremazia, di cui il tragico conflitto in corso in Ucraina rappresenta l'esempio più lampante e drammatico.
In ultima analisi, la sopravvivenza di questo assetto non poggia solo sulla forza degli apparati militari, ma sull'inerzia delle masse. Se i popoli, mutuando la celebre metafora di Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi durante la rivolta dei forni, oggi non "assaltano i forni" di fronte a un'ingiustizia così macroscopica, significa che — volenti o nolenti — vi è una diffusa e colpevole acquiescenza. La cittadinanza globale si compiace e si adatta a sistemi tirannici e asimmetrici, accettandone passivamente le responsabilità morali e storiche.
È proprio questo stato di rassegnazione collettiva ad aver permesso la nascita di un'oligarchia esigua e iper-concentrata, la quale detiene immense risorse economiche e i medesimi comandi politici e giuridici globali; quegli stessi comandi che oggi consentono a un leader accusato di genocidio come Netanyahu di circolare liberamente nello scacchiere internazionale protetto dall'immunità del potere. Tuttavia, la storia insegna che i sistemi fondati sull'ingiustizia strutturale e sulla pura coercizione materiale sono, prima o poi, inevitabilmente destinati a crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni.

Note Bibliografiche
  • Gray, John (2007). Black Mass: Apocalyptic Religion and the Death of Utopia. London: Allen Lane.
  • Manzoni, Alessandro (1827). I Promessi Sposi. Milano: Vincenzo Ferrario (Rif. Cap. XII-XIII, la sommossa di Milano e l'assalto ai forni).
  • Mouffe, Chantal (2016). L'illusion du consensus. Paris: Albin Michel.
  • Rodrik, Dani (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy. New York: W. W. Norton & Company.

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