JAccuse del lunedì 21 settembre 2026 Il grande teatrino della politica italiana: tra crociate di cartone e l'arte del rinvio
Il grande teatrino della politica italiana: tra crociate di cartone e l'arte del rinvio
Mentre il Paese reale fa i conti con l'inflazione, i salari fermi al palo e il potere d'acquisto che evapora più velocemente di una promessa elettorale, il palcoscenico della politica italiana continua a mettere in scena lo spettacolo più deprimente degli ultimi decenni. Un teatro dell'assurdo dove i valori etici e la visione strategica sono stati sostituiti da slogan identitari e calcoli di bottega.
La destra al governo: tra "purezza" scolastica e miracoli fiscali a tassonometria elettorale
Al timone di questo carrozzone troviamo la Presidente del Consiglio, novella Giovanna d'Arco della cristianità occidentale, impegnata nell'ennesima battaglia campale contro i mulini a vento: la percentuale di bambini stranieri nelle classi. La narrazione è sempre la stessa, intrisa di quella retorica nazionalista che vorrebbe difendere millenni di storia italica dall'incombente "minaccia" di un banco di scuola multietnico. Un ottimo alibi, verrebbe da dire, per distogliere lo sguardo dai fallimenti strutturali ed economici della nazione.
Per curare le ansie dei cittadini, messi a dura prova da crisi geopolitiche e rincari, il governo sembra avere in serbo la mossa maestra: la promessa della cancellazione del bollo auto. Guarda caso, una misura che profuma già di campagna elettorale, un classico espediente redistributivo per dopare il consenso a ridosso delle urne e alimentare la narrazione di una destra vicina al popolo, mentre le istituzioni nate dalla Resistenza vengono svuotate di dialettica.
All'interno di Fratelli d'Italia – un nome che suona quasi come un'appropriazione indebita dell'identità collective – la democrazia interna è un concetto superato. Più che un partito, somiglia a una gestione familiare, dove i filtri parentali garantiscono la fedeltà assoluta e blindano una leadership che non ammette repliche.
In questo quadro, le manovre degli alleati rasentano il grottesco. Matteo Salvini, reduce dall'ennesimo raduno identitario, lancia la carta del Congresso Federale della Lega. Dopo anni di declino nei consensi e di rincorsa affannosa nei confronti dell'alleata-rivale di Palazzo Chigi, l'annuncio suona come l'estremo tentativo di non affondare definitivamente, o forse come la ricerca di un'elegante via d'uscita da un vicolo cieco. Il risultato sul piano internazionale? Un'Italia ridotta a comparsa, schiacciata tra l'allineamento totale ai diktat d'oltreoceano e un'Europa a sua volta in crisi d'identità morale e politica, impantanata nei conflitti in Ucraina e Medio Oriente.
L'opposizione a sinistra: l'armata Brancaleone degli slogan divergenti
Se a destra si recita il dramma sovrannista, a sinistra la commedia dell'arte è di casa. Il fronte progressista, guidato dal duo Elly Schlein e Giuseppe Conte, offre uno spettacolo di coordinamento geopolitico che farebbe invidia a una riunione di condominio.
Sul tema della guerra in Ucraina, l'opposizione brilla per la sua coerenza polifonica:
- Il PD di Schlein cammina sul filo del rasoio, cercando di non scontentare l'ala atlantista ma strizzando l'occhio alle piazze pacifiste, producendo una linea politica talmente sfumata da risultare astratta.
- Il Movimento 5 Stelle di Conte, d'altro canto, indossa l'elmetto del pacifismo intransigente a giorni alterni, trasformando la complessa tragedia dei conflitti internazionali in un agile slogan da talk show per intercettare il voto di protesta. Il dramma profondo di questa compagine è lo smarrimento della propria anima: finché il Movimento si ostinerà a consumarsi in liti intestine e a non riconoscere più la leadership spirituale e la visione di Beppe Grillo, rinnegando di fatto i propri ideali originari, non potrà mai ambire a tornare quel grande e dirompente interprete della politica italiana che era un tempo. Senza quella spinta propulsiva, è destinato a rimanere un attore sbiadito come tutti gli altri, intrappolato nelle solite dinamiche di palazzo.
Invece di fare massa critica e presentare un progetto di società alternativo, solido e idealista, che possa accendere l'entusiasmo di un elettorato rassegnato, i leader della sinistra preferiscono gareggiare a chi pronuncia la battuta più d'effetto nei telegiornali della sera. Ognuno difende il proprio orticello di voti, mentre l'arroganza del governo Meloni ringrazia e ringalluzzisce, forte di un'opposizione che non ha bisogno di essere divisa dal nemico, perché ci pensa benissimo da sola.
Il sipario resta alzato, gli attori sono i soliti, ma il pubblico – i cittadini italiani – ha smesso da tempo di ridere.
Commenti
Posta un commento